1 Gennaio 2019

Guida completa alla vita da fuori sede | Fenomenologia del “pacco da giù”

Ciao a tutti e ben ritrovati! Come primo argomento per inaugurare la nostra Guida completa alla vita da fuori sede ho scelto di affrontare l’annosa questione del “pacco da giù”. Tuttavia, prima di perderci nei meandri di questa succulenta disquisizione, alcune precisazioni di vitale importanza:

  1. La parola “giù” non sta ad indicare per forza di cose un luogo del profondo Sud (qualunque sia la geografia di riferimento), ma si riferisce più che altro ad una sorta di “denominazione di origine controllata”: il “giù” quindi va inteso sempre e solo come “casa”, a prescindere dalla provenienza geografica di ciascuno di noi;
  2. Il “pacco da giù” varia a seconda della famiglia/luogo di provenienza ed a seconda dei gusti di ciascuno di noi, non è detto infatti che sia strettamente alimentare e spesso e volentieri non ha nemmeno la forma di un “pacco” vero e proprio.

 

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Che cos’è il “pacco da giù”?

Rispondere a questa domanda dovrebbe essere semplice, ma non lo è. Di norma, potremmo definire il “pacco da giù” come un’ammontare di beni come generi di confronto e di prima necessità (alimentari o suppellettili) raccolti da qualcuno di famiglia affinché colui che parte li porti con sé per sentire meno la nostalgia di casa ma soprattutto per provvedere ai bisogni quotidiani. Si tratta in un certo senso di una sorta di “dote” costituita da cose di uso comune il cui scopo è quello di ricreare, anche solo idealmente, l’atmosfera di casa in luoghi nuovi e distanti dagli affetti. E’ un lascito più emotivo che concreto, fatto sì di cose che si toccano e si mangiano ma soprattutto di affetto ed apprensione (quella positiva, però).

Se non avete mai visto un “pacco da giù” ma ne avete solo sentito parlare, probabilmente penserete ad un patetico ammasso di sciocchezze che mammà accatasta nel tempo ed appioppa all’amato rampollo quasi non avesse voce in capitolo. La verità ovviamente si discosta da questa rappresentazione ricca di pregiudizio, perchè il “pacco da giù”:

  • non è un obbligo di legge: a molte persone non interessa portarsi appresso nulla della casa o della terra di provenienza e spesso impediscono ai loro cari di caricarli oltre misura di cose di loro scarso interesse. Allo stesso tempo, non tutte le famiglie conservano tradizioni locali o famigliari che chi parte desidera conservare o che semplicemente non sono sentite così importanti al punto da “raccoglierle” all’interno di un pacco di vettovaglie;
  • non è prerogativa di una specifica zona geografica: come spiegato poc’anzi, il “giù” sta a significare “casa”, quindi dovremmo chiamarlo più propriamente il “pacco da casa” che viene da casa ma che è anche fatto di cose di casa;
  • si ripete nel tempo: ogni viaggio prevede un piccolo corredo di generi di conforto, se ben accetto;
  • non ha forma e dimensione predefinite: il “pacco” può assumere sì la forma di una scatola piena di cose ma può anche semplicemente essere una collezione di oggetti e cibi che spesso vengono sparsi all’interno del bagaglio di chi viaggia previo un corretto ed appropriato imballaggio (alla faccia della pubblicità della Conad del sig. “Ma’ no il caciocavallo che mi impuzzolentisci le camicie”). Ovviamente forma e dimensioni variano a seconda delle possibilità, oltre al tipo di trasporto ed imballo, peso e quantità, ma soprattutto contenuto;
  • asseconda i gusti e le necessità di chi lo riceve: il “pacco da giù” è sempre su misura;
  • può essere spedito o trasportato direttamente dal ricevente: alcune famiglie lo mandano con regolarità ai propri cari lontani, altri preferiscono fare scorta ad ogni viaggio.

Cosa contiene il “pacco da giù”?

Ormai lo abbiamo già accennato: generalmente contiene generi alimentari ed oggetti di quotidiana utilità. Nella categoria “generi alimentari” solitamente finiscono i prodotti tipici del territorio d’origine (salumi, conserve, preparazioni artigianali) che non si trovano facilmente nel luogo dove risiede chi li riceve ma soprattutto che, anche se si trovassero, non hanno nemmeno lontanamente la stessa qualità degli originali. Sono sicura che penserete tutti alla soppressata calabra od alla mozzarella di bufala campana… ma da emiliana trapiantata in Lombardia vi assicuro che si parla anche di una semplice mortadella fatta come Dio comanda. Nella categoria “oggetti di quotidiana utilità” ci faremo ricadere invece stoviglie e pentole, biancheria per la casa ed indumenti personali (non necessariamente intimi), spesso regali ricevuti in seguito a specifiche denunce/lamentele da parte di chi li riceve (“Qui fa un freddo terribile” = nuovo cappotto da Polo Nord, oppure “Quanto vorrei cucinarmi un po’ di ragù” = pentola da 20 litri).

Sono sicura che tra i più scettici sorge spontanea la domanda “Perchè portarsi queste cose da casa? Perchè non reperirle sul luogo dove si vive o semplicemente abituarsi ai sapori locali?“. La risposta questa volta è semplice: in primis gli oggetti del “pacco”, oltre ad esse utili, hanno anche e soprattutto un carico emotivo che solamente le cose regalate da amici e parenti possono avere. Allora il salame di casa che mamma ha comperato dal macellaio di fiducia sarà infinitamente più buono di qualsiasi altro salame sulla faccia della Terra, non solo perchè è un sapore che ci riporta alla nostra infanzia ed al tempo trascorso in famiglia, ma perchè qualcuno che ci vuole bene ha pensato a noi comprandolo e facendocelo avere. Alla stessa maniera, i cappelletti della nonna non avranno mai rivali nemmeno in quelli preparati da noi stessi, seguendo la medesima ricetta. Così, gli oggetti ed il cibo che ci viene regalato non solo risolvono i nostri problemi quotidiani ed immediati (come il sempre scarso tempo a nostra disposizione per preparare un buon pasto, ad esempio) ma ci ricordano di quanto manchiamo alle persone a noi care e di quanto ci pensano, non mancando mai di dimostrarcelo in questi piccoli gesti.

In ultimo, che non si dica che chi va a stare lontano non si abitua mai ai sapori locali: la verità è che la mente torna sempre a ciò che ci lasciamo alle spalle e per quanto possa essere buono un risotto allo zafferano non potrà mai competere, nemmeno lontanamente, con un piatto di cappellacci di zucca al ragù.

Alcuni miti da sfatare

Alcune cose le abbiamo già anticipate, ma lasciate che sfati alcuni dei miti più comuni:

  1. Il “pacco da giù” è sinonimo di figli-bamboccioni che non sanno cucinare e non sanno badare a loro stessi. Niente di più falso: il “pacco” è sinonimo di amore ed affetto, per i propri cari e per la propria tradizione, per i sapori di casa e per il calore della famiglia;
  2. Chi vive al Nord non apprezza (o non conosce) la tradizione del “pacco da giù”. Falsissimo! Non importa se chi si trasferisce si muove verso Nord o verso Sud, fatto sta che comunque si muove da casa e non c’è distanza, nemmeno la più misera, che impedisca di adottare questa piacevole e vitale tradizione. Ci si può spostare anche verso Est o verso Ovest, ma i sapori e l’amore di casa non conoscono latitudine o confini: il “pacco da giù” è vita, il “pacco da giù” è speranza!
  3. Gli alimenti del “pacco” si trovano ovunque (effetto “Conad”): falso, e sbaglia fortemente chi è convinto del contrario! Direste forse che l’amore di vostra madre si possa cambiare all’occorrenza con l’amore di qualsiasi altra madre? Ebbene, la tenerina non è semplicemente una torta al cioccolato, così come la polenta taragna non è una polenta qualsiasi;
  4. Non approntare il “pacco” è indice di menefreghismo. Assolutamente no, non tutti apprezzano questo genere di attenzioni ed è giusto rispettare sempre il volere di chi parte;

In conclusione…

In un epoca in cui i rapporti umani sono diventati così sterili, rispettare e mantenere le proprie tradizioni (gastronomiche e sociali) è il dono più grande che le nostre famiglie possono farci. Il “pacco da giù” allora smette di essere solo un’accozzaglia di oggetti ed alimenti e diventa il simbolo della voglia che abbiamo di condividere e di goderci la vita, nonostante la nostalgia di casa, nonostante il freddo dell’inverno a cui non siamo abituati od il suono di un dialetto che non riusciamo a decifrare. Perchè se la latitudine ci divide, il “pacco” ci accomuna un po’ tutti: ciascuno con i suoi gusti ed i suoi ricordi, diventiamo tutti una grande famiglia composta da singoli individui trapiantati e scaraventati lontano, ma sempre un po’ più vicini. Dimentichiamo gli stereotipi, dimentichiamo i luoghi comuni, ed apprezziamo un po’ di più l’amore delle nostre famiglie in formato tortellini congelati o ‘nduja sottovuoto.

La distanza non è per sempre. Ma l’amore contenuto nel “pacco da giù” sì.